Il 28 febbraio 2026 gli attacchi militari congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato la chiusura dello Stretto di Hormuz. Da lì, la crisi non è rimasta nel Golfo: è entrata nei mercati energetici, nelle materie prime e nell’industria.
Hormuz è uno snodo da cui passa circa un quinto del greggio mondiale e una quota analoga del GNL. Quando si blocca, il problema non è locale. Diventa sistemico.
I numeri, in sintesi
Il Brent è passato da 72 a oltre 110 dollari al barile in cinque settimane. +52%. Il WTI americano ha fatto anche peggio: +59%. In alcuni momenti ha superato il Brent, invertendo una struttura di mercato che normalmente non si tocca. È il segnale che la domanda di sostituzione è reale e il premio di rischio geopolitico è incorporato in ogni transazione.
La benzina spot a New York è salita del 52%. Il diesel del 56%. Il jet fuel del 62%. Il gas naturale europeo (TTF, il benchmark di Amsterdam) è a circa 50 euro per megawattora: +70% rispetto a prima della crisi. Per l’Europa, che dipende dal GNL qatariota — che transita interamente per Hormuz — questo è un punto di vulnerabilità strutturale.
La catena della plastica: dove il problema diventa industriale
Qui la cosa si fa concreta. La nafta, la materia prima da cui nascono quasi tutte le plastiche industriali, ha superato i 1.000 dollari a tonnellata: +60-74% in un mese. Circa 1,2 milioni di barili al giorno di nafta passano per Hormuz, con il 72% destinato all’Asia nordorientale.
Il polietilene e il polipropilene — le basi di quasi tutto ciò che è plastica — registrano rialzi del 37-42% a livello globale. In Europa il polipropilene spot ha raggiunto i 1.200 euro a tonnellata. Oltre il 50% dell’offerta globale di polietilene è direttamente o indirettamente compromessa.
Non è solo un problema di prezzo. È un problema di disponibilità fisica. Molti cracker petrolchimici asiatici funzionano sotto il 75% di capacità. Al 13 marzo si contavano 31 annunci di forza maggiore tra Asia e Medio Oriente. Come ha scritto Plastribution UK: “Garantirsi il materiale conta più di quanto costa. Anche se il conflitto si risolve rapidamente, ci vorranno mesi prima che la supply chain torni a qualcosa di simile alla normalità.”
L’Iran e il paradosso dei pedaggi
Un dettaglio che racconta molto. L’Iran ha istituito un sistema di pedaggi per le navi “amiche”: fino a 2 milioni di dollari a petroliera. Questo ha aumentato le entrate statali iraniane di quasi il 50%. Un paese che dipende quasi interamente dagli introiti petroliferi non ha motivi strutturali per affrettare la fine di questo conflitto.
L’OPEC+ ha annunciato un aumento simbolico di 206.000 barili al giorno da maggio. Ma finché lo Stretto resta chiuso, il petrolio aggiuntivo non può fisicamente raggiungere i mercati. È un annuncio politico, non una soluzione logistica.
Italia: cosa cambia nella vita reale
Al 7 aprile 2026, il gasolio in autostrada costa 2,16 euro al litro. La benzina 1,82 euro. Rispetto a fine febbraio, sono aumenti di 15-32 centesimi al litro.
Ma il vero impatto deve ancora arrivare. Le scorte comprate prima della crisi si esauriscono entro 60-90 giorni. Chi compra materie plastiche oggi paga già i nuovi prezzi. Chi ha scorte, le finirà entro l’estate.
Le stime per i prossimi mesi parlano di aumenti tra il 20% e il 50% sui manufatti plastici finiti — imballaggi alimentari, componenti automotive, materiali da costruzione, dispositivi medicali. Gli ordini per il Natale 2026 vengono già ricalcolati.
Tre scenari per i prossimi mesi
Le principali banche d’investimento convergono su tre ipotesi:
De-escalation rapida (4-6 settimane): Brent verso 75-85 dollari, nafta in rientro verso 700-750 dollari a tonnellata. Ma anche in questo caso, la normalizzazione della supply chain richiederà 3-6 mesi.
Hormuz parzialmente operativo (scenario attuale): Brent tra 95 e 115 dollari, nafta elevata, polimeri al +30-40%. Il sistema dei pedaggi iraniani funziona come un filtro selettivo, non come una riapertura.
Conflitto prolungato (oltre 3 mesi): Brent tra 120 e 150 dollari — alcuni analisti di Wall Street non escludono i 200. Nafta verso 1.200-1.500 dollari a tonnellata. Distruzione della domanda e stagflazione globale.
Goldman Sachs stima che ogni 5 settimane aggiuntive di chiusura corrispondano a +20 dollari al barile. Il Brent non tornerà ai livelli pre-crisi nel 2026, nemmeno nello scenario più ottimistico.
Lo scenario macro: inflazione e tassi
Lo shock energetico ha ribaltato il quadro di politica monetaria. La Fed, che a inizio anno era attesa con tre tagli dei tassi, è ora prezzata dal mercato per meno di un taglio, spostato al 2027. La BCE ha posticipato i tagli pianificati, alzando le previsioni di inflazione e tagliando il PIL.
Goldman Sachs stima il rischio di recessione USA nei prossimi 12 mesi al 30%. L’inflazione si attesterà intorno al 3% nel 2026. Per l’industria manifatturiera italiana, questa combinazione di rincaro degli input e contrazione della domanda è il principale rischio strutturale del biennio.
Cosa osservare
Questa non è una fiammata speculativa. È uno shock che attraversa tutta la filiera: energia, trasporti, chimica, plastica, manifattura. Il greggio reagisce in settimane. I manufatti finiti scaricano i rincari nei mesi successivi. Per le imprese italiane il punto non è più capire se l’impatto arriverà, ma quanto durerà e quanto margine riusciranno a difendere.
La variabile chiave resta una: lo Stretto di Hormuz. Tutto il resto viene dopo.
Dati e fonti: Reuters, ICE Futures Europe, NYMEX/CME, EIA, ICIS, S&P Global Platts, PolymerUpdate, MIMIT, Commissione Europea. Aggiornato al 7 aprile 2026.